Al momento stai visualizzando La storia di Mustafà Doma tra leggenda e realtà

“Un mito è un complesso di luoghi comuni, aneddoti e convinzioni che, nella biografia di un personaggio, formano una narrazione tradizionale capace di restituire di lui un’immagine leggendaria e rispondente soltanto in parte alla realtà storica”.

Prendo in prestito le parole presenti su Wikipedia alla voce “Mito di Mozart”, per rendere l’idea di ciò che s’è creato intorno alla figura di Mustafà Doma, il primo straniero venuto a giocare a Catania dopo il periodo pionieristico confinato alla mera attività locale.

 

Il bengasino alle falde dell’Etna 

Il giocatore nativo di Bengasi giunge in terra etnea alle soglie di dicembre del 1929, quando il campionato di II divisione nazionale conta già al suo attivo cinque gare tramutatesi tutte in sonore “scoppole” per la sgangherata combriccola etnea.

Il corrispondente del Popolo di Sicilia che traccia il profilo dell’atleta sulle righe del quotidiano, ci narra di un giovanottone diciottenne approdato nella nostra isola su interessamento del Comandante della Legione Libica della Milizia Volontaria per la Sicurezza Nazionale e del Ragionier Giovanni Prestipino, uno sportivo catanese residente nella cittadina libica su menzionata.

Versioni contrastanti pendono su entrambi i punti in questione: a quanto riferito dal cronista del quotidiano di cui sopra, Mustafà, avendo 18 anni all’epoca, per sottrazione dovrebbe essere classe 1911, mentre in altri resoconti biografici si scrive 1908 come data di nascita. In merito alla trattativa per il suo approdo in Sicilia, altre fonti parlano del coinvolgimento del signor Nicolosi, papà del futuro rossazzurro “Cocò”, il quale all’epoca dei fatti gestiva un ufficio di redazione contratti in quel di Bengasi.

Primo piano di Mustafà tratto dal Popolo di Sicilia

 

Mustafà, già noto ai nuovi compagni di squadra per aver disputato anni prima, insieme ad alcuni di loro, una partita a Siracusa contro il Gargallo in cui i catanesi vinsero col punteggio di 5-4, in patria aveva cominciato a giocare intorno al 1926 nella compagine del Semper Bronte, squadra allestita da un gruppo di italiani provenienti dall’omonima cittadina e residenti nel capoluogo libico.

 

Da Pagani a Messina: tra falli, sconfitte e un gol mancato

L’esordio ufficiale con la SS Catania avviene il giorno dell’Immacolata del ’29 nel disastroso match contro la Paganese terminato 5-0 in favore ai campani. Il ragazzo si dimostra un difensore tatticamente acerbo, che fa della corsa e di una certa dose di estro le armi per districarsi nel gioco e affrontare alla meno peggio le rudezze degli avversari.

Molto abile nel gioco aereo, un suo colpo di testa allo scadere del match contro Angri alla 14ª giornata, manca di poco una storica “remuntada”: i ragazzi di mister Armari dopo aver concluso il primo tempo in svantaggio di due reti a zero, riescono nell’impresa di pareggiare i conti nella seconda frazione di gioco grazie alle reti di Blengino e Piacentini, sfiorando appunto la vittoria su un’incornata di Mustafà a seguito di un calcio d’angolo.

Mustafà sventa una fase d’attacco contro l’Angri (foto Popolo di Sicilia)

 

Dicevamo degli avversari, e in parte la propaganda nazionalistica e autarchica esaltata dal fascismo può, anche in maniera sommessa, aver stimolato sentimenti di xenofobia e razzismo (fomentati poi nella forma più becera nel 1938 dopo le leggi razziali) in tutti gli ambiti sociali, nondimeno sui campi di calcio.

Il nostro atleta proveniente da quella ch’era allora colonia italiana, pertanto, finiva spesso bersaglio mirato dei contendenti di turno che gli infliggevano falli al limite del regolamento. Violentemente caricato nella partita di Messina contro la Peloro, rimane in campo per onor di firma giocando praticamente da fermo data la condizionata mobilità e di conseguenza costretto a saltare il successivo match contro la Reggina perso con un roboante passivo di undici reti!

 

Catania-Paganese… giocando senza una scarpa

Il fatto storico che consacra il “Mito” di Mustafà accade precisamente il 9 febbraio del 1930. Nel vecchio campo del Dopolavoro ferroviario di via Acquicella, davanti ad un discreto parterre che annovera tra gli altri la presenza in tribuna d’onore del Podestà Colonnello Grimaldi, del Maggiore Cavalier Pica, del Segretario Federale Panebianco e degli Onorevoli Pirrone e Zingali, la Società Sportiva Catania affronta la Paganese, decisa a riscattare la mortificante sconfitta subita all’andata, proprio nel giorno d’esordio del calciatore libico.

La squadra campana, detentrice del primato in classifica, passa in vantaggio dopo la mezz’ora del primo tempo e subisce il serrate degli attaccanti etnei che in giornata poco fortunata non centrano la rete difesa da Motti.

Mustafà in posa con la maglia del Catania

 

Allo scopo di mantenere la vittoria, i calciatori campani non risparmiano ogni mezzo più o meno lecito. Mustafà, subìto un violentissimo calcione alla caviglia sinistra, e ulteriormente aggravato da successivi interventi fallosi, pur di non lasciare in inferiorità numerica i propri compagni, decide stoicamente di giocare col piede sinistro scalzo e vistosamente gonfio, tramandando così nei tempi la – tramutata – favoletta del calciatore che amava giocare senza calzature.

 

L’addio all’Italia e i mille dubbi sulla sua fine

L’ultima gara disputata dal nostro protagonista con la maglia del Catania va di scena al “Coloniale” di Siracusa contro le riserve del Gargallo, un match “testa o croce” valevole il girone di Coppa Arpinati. Catania e Gargallo entrambe a quota 8 punti si contendono il primato e ad avere la meglio sono gli aretusei che con un netto 3-0 chiudono la pratica e si aggiudicano il trofeo.

Sul ritorno in patria le notizie che si hanno sono piuttosto frammentarie, e fanno fede perlopiù le fonti provenienti da alcuni portali arabi a carattere sportivo che riferiscono della sua militanza nei club Al Sabri e Al Foulkar.

Mustafà in una posa risalente al 1936 (foto tratta da il Calcio illustrato)
Una foto di Mustafà nel periodo post Catania (tratta da “Il calcio illustrato” n.19 del 1936)

 

Controversa pure la vicenda che riguarda la sua morte, che rimane avvolta da diverse incognite. Alcune voci parlano di un attentato subìto nel 1944 ad opera di un soldato italiano poi assolto perché ritenuto malato di mente, mentre un’altra afferma dell’omicidio da parte di un soldato americano nel 1942.

Mustafà, mentre passeggia in bicicletta con scarpe bianche e marroni e un taqiya rosso (tipico berretto indossato dagli abitanti di Bengasi), giunto in prossimità dell’ambasciata americana è colto da un proiettile mortale sparato appunto da un militare statunitense che lo crede un italiano in fuga. Il corteo funebre che ne segue vede una commossa partecipazione di gente in lacrime in processione fino alla sua tomba nel cimitero di Sidi Abid.

In entrambi i casi, a livello storico non si trovano riscontri validi, ed anzi si possono confutare le due versioni, giacché nel 1944 la presenza italiana in Libia era pressoché nulla data la perdita del controllo della colonia nel 1943, mentre nella seconda ipotesi è da escludersi la presenza di un’ambasciata americana o delle forze alleate su territorio libico nel triennio 1943-44.

 

Un murales rimosso troppo presto

Nel 2020 il Collettivo del vecchio San Berillo commissiona all’artista modenese Simone Ferrarini la realizzazione di un piccolo murales in piazza Carlo Alberto raffigurante Mustafà, precisamente nel punto in cui, dismessa l’organizzazione mattutina del mercato, il pomeriggio i ragazzini del quartiere si aggregano per giocare a pallone, senza distinzione alcuna di razza o di colore.

Purtroppo però il murales è stato deturpato poco dopo la sua ultimazione, e in seguito è stato definitivamente rimosso, sintomo di una città che ancora annaspa in tanti problemi, ma sopratutto che ripudia la memoria storica, nel caso specifico quella sportiva.

Il murales in Piazza Carlo Alberto (foto tratta dalla pagina Facebook “Collettivo Fx”)

 

La storia di Mustafà ci riporta indietro di oltre novant’anni, ad un tempo ormai lontano, a fatti distorti che, con questa dissertazione, chi scrive si augura di aver ristabilito con più chiarezza rispolverandoli dall’oblio. A tal proposito, si fa cenno al lettore delle fonti consultate per un’ampia valutazione di ogni fatto sopra citato.

  • Popolo di Sicilia (vari numeri del 1929 e 1930)
  • Il libico Douma è il primo giocatore africano ha giocare professionalmente in Italia (sports.afrigatenews.net)
  • Un’impronta libica nella lega italiana di cui molti non sono a conoscenza, di Khairy Al-Qadi (www.218tv.net)
  • Mustafà, il terzino libico del Catania rivive tra i ragazzi di San Berillo, servizio di Antonio Sciotto, montaggio di Pino Lombardo (www.rainews.it/tgr/sicilia)

 

In copertina: il gettone sport edito dalla Dea ritraente Mustafà in mezzo alle bandiere dei due paesi in cui ha giocato a calcio.

 

 

 

Nato in una domenica da trasferta quando Luvanor riuscì a segnare in quel di Pisa, è un collezionista di materiale calcistico in particolar modo rossazzurro. Gregario di “Quelli del '46”, ama raccontare aneddoti curiosi che riguardano la storia del Catania.