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Sopra tutti, come da inno tedesco: il centrocampista teutonico del Catania è stato probabilmente il più forte mediano in maglia rossazzurra di tutti i tempi.

Accolto a Fontanarossa da una folla festante, il 23 agosto 1961 giunge all’ombra dell’Etna il primo tedesco non attaccante nei campionati di pallone del Belpaese.
Atleta elegante e inesauribile, proveniente dal Karlsruhe, ha ventisette anni ed è un mediano. Porta il nome di Horst Szymaniak, e sul rettangolo verde è il marcatore della fonte di gioco “nemica”.
Il suo ruolo è far da collante fra difesa e centrocampo, ma sa anche inserirsi come mezzala. Nella zona nevralgica del campo è un grande trascinatore e, da calciatore polivalente, tocca spesso a lui inventare l’assist smarcante.

Horst Szymaniak Catania
L’arrivo di Horst Szymaniak all’aeroporto Fontanarossa di Catania


Ringhioso sulle caviglie avversarie, lucido negli appoggi e dotato di classe cristallina, ama la birra, il giovanotto: approfitta delle vacanze per berne più del solito e, poco prima di indossare la maglia rossazzurra, la polizia tedesca lo pizzica alla guida in stato di ebbrezza.

Splendido e possente centrocampista d’attacco, sa essere aggressivo e propositivo. È Horst che presiede il quadrilatero del centrocampo rossazzurro; con tocchi di prima e lanci illuminanti di quaranta metri esalta il pubblico.
Volitivo e abile nei movimenti, è un vero artista del calcio e lega immediatamente con mister Carmelo Di Bella.
«Nessuno può competere con lui» — parola di Schimmi. «Dal punto di vista tecnico ed umano, è il miglior allenatore che abbia mai conosciuto».
Fa faville in groppa all’Elefante, Horst Szymaniak, e con il vento in poppa il veliero rossazzurro solca i mari della Serie A. Suoi compagni di battaglia sono Alvaro Biagini, Memo Prenna e Beppe Vavassori.
Durante il primo campionato gioca trenta gare e mette a segno quattro marcature. Intanto riceve la nomination come miglior calciatore europeo per il prestigioso premio del Pallone d’Oro, organizzato da France Football, vinto poi da Omar Sivori.

Szymaniak e Marcoccio
Horst Szymaniak con Ignazio Marcoccio

 

Nella stagione 1962-63 Horst veste la casacca rossazzurra trentadue volte e realizza altre quattro reti.
È un campione di continuità, e i tifosi lo chiamano affettuosamente il tedescone marca Liotru.
Lo adorano.

Nell’estate del ’63 passa all’Inter, dove però diventa la controfigura di se stesso; poi si accasa al Varese, prima di tornare in Germania nel Tasmania 1900 Berlin.
Finisce la carriera negli Stati Uniti, a Chicago, ma non si trova a suo agio: «Gli americani vanno pazzi solo per il baseball. Ho sbagliato».

«A Catania mi trovavo meravigliosamente. A questa città sono legati i momenti più belli della mia carriera.»

Negli ultimi anni Szymaniak vive in solitudine, in una casa di riposo a Melle.
Il 9 ottobre 2009, a settantacinque anni, si spegne l’unico rossazzurro convocato nella selezione del Resto del Mondo per giocare con Pelé e Jašin.
Era nato a Erkenschwick, nel bacino della Ruhr, il 29 agosto 1934. Con la sua scomparsa se ne va un simbolo dorato dell’Elefante rossazzurro, uno degli eroi storici, tra i più grandi della storia etnea di tutti i tempi. Sopraffatto da un’avvolgente malinconia, inserisco il cappuccio sulla mia penna biro; domattina continuerò a scrivere per “Il Catania Magazine”.

Szymaniak statua
Un anziano Horst Szymaniak posa con una statua che lo ritrae

 

 

“Quando ero piccina, – in mio soccorso telefonico c’è la scrittrice Vera Ambra, presidente di “Akkuaria” – l’opera lirica regnava sovrana in casa.

Vera Ambra

Tra Mario del Monaco e la divina Callas, la vita domestica era ritmata dalle rappresentazioni in tivù che allietavano i nostri animi anoressici: oltre non si affacciava il resto di niente. Una domenica autunnale del ’61 -apriti cielo che Iddio l’assista- l’ora del pranzo si anticipa di un’ora. Finito di mangiare, mio padre mi chiama a sé: ‘Amunninni ca ti portu a viriri ‘na pattita di palluni’. Mai l’argomento calcio è entrato tra le nostre mura, la novità è ghiotta e una proposta del genere mi mette addosso il fuoco dell’Etna. Senza farci scorgere da Mario, il mio fratellino di tre anni, andiamo via di sottecchi. La mia manina è stretta nella sua mentre da Picanello raggiungiamo il Cibali. Quanto avrei voluto essere io il figlio maschio maggiore.
Seppur nei miei dieci anni appena compiuti, ogni secondo mi sento più contenta e più grande. Strada facendo, babbo mi spiega che nella nostra formazione si è aggiunto uno straniero di cui tutti già parlano.
Mi sussurra che sto per conoscere il famoso “Zimma”, il calciatore tedesco titolare della nazionale che ha partecipato alle Olimpiadi. Ecco perché uno come lui, dedito alla casa, al lavoro e all’opera lirica, ha assecondato il mio improvviso desiderio.
Di sicuro — penso fra me e me — deve essere straordinario, per questo gli hanno messo un nome così.
Nel mio immaginario infantile ripeto ogni giorno, come la mamma: “Na sta casa fati sempri zimma!”.
Mi lascio andare alle mie fantasie, adagiandomi ancora di più nel benessere di quell’inattesa scoperta.

Scorgo i calciatori del Catania impegnati, instancabili nei riscaldamenti sul campo rosso, orgogliosa di stare al fianco di mio padre.
Passa qualche minuto, ed eccolo: a pochi metri dalla rete di recinzione. Dimostra vigore e potenza.
Mi piego per vederlo meglio, piccola com’ero, penalizzata dal muretto: è il calcio d’inizio.

Mamma mia come sono concitate le persone a inveire contro un signore che sta lì in mezzo vestito come un vigile. Il suo abito è nero ma dalla tribuna gliene dicono di tutti i colori, quasi che sia lui la causa dei malesseri del mondo. Di tanto in tanto si scansano di un passo indietro perché c’è l’omino con le ‘bippite’, le bottigliette di gazzosa, aranciata e coca cola Con gli occhi puntati in avanti, intanto cerco di seguire questo ‘Zimma’ così bravo. È un gigante biondo e rubicondo dalla grandissima personalità che accoppia la potenza all’eleganza. Di più: è una forza della natura, capace di entrare in scivolata e beffare sul tempo coni avversario. Con addosso la maglietta a strisce rosse ed azzurre e il numero otto cucito dietro il suo bel viso quadrato, le spalle larghe e le cosce scoperte, mi sembra un gladiatore che nell’arena difende i più deboli.

Michelotti passa a Castellazzi; sbraita un tizio seduto accanto a me.
D’un tratto, un urlo collettivo: «Il Catania ha segnato!»
Mi scuoto incredula, nel tripudio che ne segue.
Tutti scattano in piedi, mentre “Zimma” corre con le braccia alzate sotto la curva.
Passano pochi minuti e un nuovo grido squarciagola ‘Gooooooool di Zimma, due a zero per il Catania!’.

E come ricordarti, altrimenti, grande Horst?

 

Articolo pubblicato su “Il Catania Magazine” del 2009/10.

In copertina: Szymaniak in azione 13 settembre 1961 in un Catania-Sampdoria.

 

Medico ortopedico catanese, è il presidente dell’associazione culturale "Scritturiamo". È impressione comune che col passare degli anni si stia facendo troppo liscio.