Cocò Nicolosi è il giocatore che impersona come nessun altro l’epoca pionieristica del pallone rossazzurro, per tutti i tifosi âgée degli anni 50-70 del secolo scorso, l’uomo simbolo del campo di piazza Esposizione e del suo civettuolo campo con le tribune in legno, dove nasce l’epopea del Catania.
Anche se il cognome Nicolosi può sembrare di ascendenza etnea, proviene invece da una famiglia borghese della provincia di Palermo, presto trasferita per affari nella Libia colonia italiana, dove il passatempo del giovane Nicolò è inizialmente l’atletica leggera, da autentico fulmine nei 100 metri piani.
Tuttavia, a 16 anni scopre il calcio, rivelandosi un’ala veloce e dal dribbling che sconcerta le difese del campionato della Cirenaica, giocando nelle file dell’associazione avanguardistica giovanile di Bengasi.
In un primo momento pare non prendere il pallone troppo sul serio, sino a quando dei coloni romani lo segnalano a Ferenc Molnár, allenatore della Lazio, che gli cambia la vita riportandolo in Italia; lui d’altra parte prende al volo l’occasione per iscriversi alla facoltà di legge nella capitale, cercando di seguire le orme del padre notaio.
Esordisce in Serie A a 18 anni nel campionato 1930-31, ma la concorrenza nel ruolo di affermati campioni come Pastore, Guarisi e Joao Fantoni, finisce per relegarlo alla Lazio B nella stagione successiva. Non è però un biennio sprecato: l’opportunità di allenarsi giornalmente con i giocatori dell’allora “Brasilazio” ,tra cui la leggenda paulista Amílcar Barbuy, ne aumenta l’esperienza ed il tasso tecnico e di intelligenza tattica.
Nell’estate del 1932 l’approdo a Catania su decisione del nuovo mister Lajos Czeizler (già suo allenatore a Roma) in un’annata in cui stupisce i tifosi giocando all’ala sinistra, ma sapendosi spostare con grande versatilità anche a centravanti nel corso della stagione, con una media di un gol a partita (14) nonostante sei match saltati per infortunio.
L’anno successivo, agli ordini di Géza Kertész, nasce il vero e proprio mito di Cocò: un’annata che entra nella storia per la prima promozione in B dell’undici del liotru e in cui pur segnando meno del fortissimo compagno di squadra Ercole Bodini, ripete il numero di reti della stagione precedente, rivelandosi anche essenziale uomo assist.
Diventa così uno dei personaggi più famosi della città, il suo aplomb e la sua eleganza gli aprono le porte della buona società catanese, in anni in cui diventa amico del celebre attore Angelo Musco e addirittura membro di una compagnia teatrale.
Continua ad alti livelli anche nel primo campionato di Serie B realizzando 12 volte in 22 partite, giocando in avanti assieme al futuro campione del mondo Amedeo Biavati, in un torneo nel quale ad un certo punto pare perfino possibile il salto di categoria, del tutto vanificato però dopo il pareggio interno con il Genova 1893, che darà vita ad una leggenda metropolitana nei decenni a venire.
Nella stagione 1935-36 batte il suo record di segnature, ben 19 tra il campionato e la rinata Coppa Italia, in un’annata che si rivela però interlocutoria, per il finale passaggio di consegne di mister Kertész e soprattutto del Duca di Misterbianco, costretto dalla famiglia a lasciare la società in mano alla locale federazione del PNF.

Decide di restare nonostante tutto per amore verso la città, ma non gioca ai livelli dell’anno prima, tanto che cede lo scettro di bomber di piazza Verga a Ettore Brossi, poi il campionato si trasforma in dramma, quando il Catania è trascinato in basso da un rendimento troppo altalenante e costretto a disputare gli spareggi salvezza con Venezia, Pro Vercelli e Messina. Proprio nel match di ritorno nella città dello stretto, i dirigenti rossazzurri vengono convinti da quelli biancoscudati – che millantano un accordo raggiunto con la Federazione – a perdere, per spingere il direttorio federale a salvare tutte le squadre. I rossazzurri cadono nella trappola perdendo 4-3 e finendo per essere costretti allo spareggio finale con il Venezia. Il rigore sbagliato da Cocò sullo 0-0 cui seguono le 4 marcature dei neroverdi, sentenzia il primo melanconico saluto del bomber alla città dell’elefante, sprofondata in Serie C.
È tuttavia chiamato in massima serie per giocare nel Napoli, ma non trova spazio per esprimersi, andrà meglio l’anno successivo all’Atalanta dove di nuovo agli ordini di Kertész ritrova una discreta forma.
Nel 1939 il ritorno a sorpresa nel Catania, neo promosso in B, ma con una società in difficoltà finanziarie, costretta a liberarsi di alcuni dei pezzi migliori nel mercato estivo, indebolendosi. Nonostante l’impegno, Nicolosi non riesce ad incidere in quella che si rivela la peggiore performance rossazzurra nei campionati cadetti, culminata nel melanconico ritorno in terza serie.
Nel giugno 1940 allo scoppio della guerra torna all’Atalanta, restando al Nord negli anni successivi tra Vigevano, Saronno e Rovigo, cercando di salvare la sua incolumità dalla tragedia della guerra civile.
Al termine del conflitto si ritrova al Sud nella Frattese e nel 1947, si direbbe finalmente, il rientro definitivo al rifondato Catania militante in Serie C, chiamato quale capitano non giocatore dal presidente Manganaro Passanisi, che era già stato dirigente rossazzurro nel periodo pre bellico. Tuttavia Cocò, ad un certo punto, è costretto prima a giocare segnando la sua 79esima rete il primo gennaio 1948 contro la Notinese e qualche settimana dopo addirittura ad allenare, sostituendo mister Piccini.
Ormai a 36 anni sente che sarebbe ora di lasciare, ma il nuovo allenatore Giovanni Degni suo ex compagno di squadra ai tempi di piazza Esposizione, lo spinge a restare da amuleto porta fortuna per il campionato 1948-49, che la dirigenza vuole vincere ad ogni costo per riportare la squadra in serie cadetta. Il 13 marzo 1949 contro l’Acireale, a 17 anni dall’esordio in piazza Giovanni Verga, gioca la sua ultima partita.
Pochi mesi dopo lascia per sempre il calcio, con il Catania finalmente promosso in Serie B.
Avrà modo di tornare 10 anni dopo da allenatore e successivamente sino ai primi anni 70 da mister delle giovanili, ormai catanese d’adozione. Morì il 3 maggio 1986 proprio ai piedi dell’Etna.
Le sue 79 marcature in partite ufficiali lo rendono primatista assoluto per gol segnati della storia rossazzurra; dal 2017 il suo volto è immortalato nel murales dello stadio Massimino, nel 2022 ne è stato eseguito un altro nel quartiere di Librino.

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