Al momento stai visualizzando Chiacchierata con Franco Zuccalà

Cosa ricorda della promozione in B del 1949, quella relativa al la famosa frase attribuita al presidente Fazio: “Abbiamo perso sul campo, vinceremo a tavolino. Viva Sant’Agata”?

«Vorrei premettere che non sono Matusalemme e nel 1949 avevo solo nove anni. Vissi quindi quella vicenda da giovanissimo tifoso: mio padre mi portava allo stadio qualche volta e mi ricordo che in una partita vidi in campo un calciatore pelato e gli chiesi se poteva giocare senza capelli… Negli anni successivi appresi da colleghi importanti come Luigi Prestinenza, Candido Cannavò, Giuseppe Garozzo, Dino Zanghì, Mario Continella ecc. di questa vicenda storica. Prestinenza mi raccontò che dopo un testa a testa con l’Avellino, punti tolti e punti dati, le due squadre arrivarono alla pari e fu necessario uno spareggio che si giocò all’Arena di Milano. Il Catania venne sconfitto per 1-0, ma a fine gara Fazio disse la famosa frase che tirava in ballo Sant’Agata. In realtà il Catania aveva un asso nella manica perché un giocatore dell’Avellino, Staffieri mi pare si chiamasse, era venuto a Catania e aveva rivelato, davanti ai carabinieri, che il suo club aveva arrangiato la partita col Marsala. Avellino retrocesso e Catania in serie B. Il miracolo di Sant’Agata.»

 

Sul caso Scaramella, l’arbitro romano, ricordo che lei fece un servizio a “Forza Catania” la rubrica che ebbe molto successo nei primi mesi di vita di “Antenna Sicilia”.

«È vero. Ma a proposito di arbitri, mi ricordo di un altro episodio, che avvenne prima dell’episodio di Scaramella. Riguardò la partita Padova-Catania, quando sull’uno a zero per i veneti, un guardalinee venne ferito da un oggetto. L’arbitro Liverani di Torino fece continuare la partita. Al Catania servivano i due punti per fare lo spareggio col Legnano e passare in serie A. Fu un’estate piena di reclami e controreclami. I giocatori erano in vacanza. La Lega alla fine diede la vittoria al Catania e lo spareggio venne giocato il 28 luglio del 1953 a Firenze. Io ero in Piazza Università ad ascoltare la radiocronaca del secondo tempo di Nicolò Carosio: fu una cocente delusione. Il Legnano vinse per 4-1. Il collegamento cominciò col Catania sotto abbondantemente. Poi segnò il rossazzurro Quoiani, ma la gente se n’era andata a casa piangendo. Addio serie A.»

 

La promozione arrivò l’anno dopo.

«Già. E ricordo la celebre e festosa carovana rossazzurra. La squadra scese dal treno a Giarre e i giocatori su alcune macchine scoperte passarono per Acireale e arrivarono a Catania. Io ero nei pressi del Duomo e vidi passare i rossazzurri: Bassetti, Manenti, Santamaria. Li andai a trovare anni dopo per la trasmissione “Forza Catania” e molti si misero a piangere ricordando quella promozione. Lessi poi che il sindaco La Ferlita -che nulla sapeva di calcio- accolse la comitiva in festa e disse di aspettarsi lo scudetto. Il Catania cominciò benissimo la stagione (5-0 all’Udinese) con Karl Hansen (ex juventino), il tedesco Spikofski, il portiere Bardelli (ex Milan), ma a fine stagione venne coinvolto in una storia di arbitri. Il “caso Scaramella” portò alla retrocessione in B. Anni dopo, il Conte Rognoni, allora presidente della Co.Co. (Commissione di Controllo) mi raccontò come venne scoperta la prova della corruzione. “L’arbitro Scaramella -disse-stava attraversando lo Stretto sul traghetto e io mi appostai con due poliziotti. Vidi un dirigente del Catania dare dei soldi al fischietto romano che aveva diretto Catania-Genoa 2-0: duecentomila lire. Un biglietto da 5.000 volò in mare e sorse una contestazione: il dirigente sosteneva di aver dato tutti i soldi all’arbitro che si era fatto sfuggire la banconota che era volata in mare, Scaramella sosteneva il contrario. Noi intervenimmo a constatare la corruzione e in Catania finì in B. Questo fu pari pari il racconto del conte Rognoni davanti alla telecamera.»

 

Quali sono i suoi ricordi di quando, da liceale, frequentava il Cibali e quelli di quando cominciò a fare il giornalista?

«Io ero un abbonato della tribuna C, fin quando non divenni arbitro (arrivai alla Promozione) e mi diedero la tessera per entrare gratis allo stadio. Quand’ero liceale, al “Leonardo da Vinci”, fondai una società di calcio, la “Combi” che gioco’ nel campionato del CSI. Un giorno conobbi Karl Hansen, che ho già citato: gli chiesi di fare il presidente onorario della “Combi” e lui accettò. Ci regalò le maglie per il campionato e ho delle foto con lui e alcuni mei compagni di squadra. L’arbitraggio mi portò ad amare il calcio e cominciai a fare il collaboratore del “Corriere di Sicilia” e poi “La Sicilia”. Fin quando, un giorno, dovetti scegliere fra Messina-Juventus da giornalista o Canicattini-Provinciale da arbitro. Scelsi per la partita del “Celeste” e mi dimisi da fischiettatole domenicale. Seguii il Catania di Carmelo Di Bella in ritiro e in campionato come seconda firma accanto a Prestinenza e Cannavò. Poi, per ragioni di carriera, partii per avventure in terre lontane. Partii nel 1962 per andare  prima al “Telestar” di Palermo, quindi al “Tuttosport” di Torino, poi al “Giornale” diretto da Indro Montanelli. Quando il mio amico Micio Tempio e Pippo Baudo mi proposero di tornare a Catania per lavorare ad “Antenna Sicilia” corsi di fretta. Ma una raccomandazione politica che era stata messa in piedi tempo prima, mi portò alla RAI per sei mesi. La “Gazzetta dello Sport” stava aprendo intanto l’edizione siciliana e fui chiamato a farne il capo. Un anno e la raccomandazione della RAI arrivò al termine definitivo: assunto. Quindici anni, “La Domenica Sportiva”, il “Novantesimo minuto” , la spola fra Italia e USA per i programmi in America. Finita l’avventura alla RAI, alla Tv Svizzera e poi a Italpress, dove lavoro ancora. Ora faccio documentari non sportivi sui 131 Paesi che ho visitato in tutto il mondo. La mia vita è stata un’avventura, come vede.»

 

Cosa ricorda invece del “Caso Catania” del 1993, che lei seguì da Milano?

«Si sbaglia, forse si confonde con qualcun altro. Io in quel periodo correvo da Milano a New York, e leggevo di quello storie sui giornali. Semmai mi ricordo della promozione in B dei rossazzurri in quell’anno di “Antenna Sicilia”, nel 1980, mi pare: il giorno della promozione i tifosi invasero lo studio della tv a festeggiare al grido: Zuccalà, Zuccalà, il Catania in Serie A… Arrivò anche la polizia e ne arrestò un paio che erano ricercati e apparvero in tv.»

 

Un suo commento sul caso “Treni del gol” che portò il Catania alla retrocessione?

«Ho visto che Pulvirenti ha ammesso i suoi errori. Peccato.»

 

Cosa pensa di come il giornalismo nazionale ha trattato Catania e le squadre del Sud in generale? C’è stata una evoluzione? Sarà sempre così?

«Guardi, ormai il calcio e qui che lo circonda è solo una questione di interessi e al sud si vendono poche copie. Basta che Juve, Inter e Milan vincano una partita e le tirature dei giornali del Nord si impennano. Gli spazi sui giornali sono proporzionali alle copie vendute. Quindi bisogna rassegnarsi a questa amara realtà, mi dispiace dirlo. Pensi sono che la Nazionale (se non vince qualcosa d’importante) viene posposta all’unghia incarnita di Dybala»

 

Antologia di racconti sul Calcio Catania

Questo brano è tratto dal libro “Antologia di racconti sul Catania Calcio”, Geo Edizioni, 2017 a cura di Alessandro Russo.

Nella foto di copertina: Franco Zuccalà con Pietro Anastasi.

 

 

Medico ortopedico catanese, è il presidente dell’associazione culturale "Scritturiamo". È impressione comune che col passare degli anni si stia facendo troppo liscio.